Benché nell'ultimo ventennio la poesia neogreca sia
caratterizzata dalla presenza di numerosi giovani autori (la cosiddetta
"generazione della visione privata", o "dell' Ottanta"[1]) impegnati a
rinnovarne le strutture e i codici comunicativi, è indiscutibile che un ruolo
da protagonista continua a essere recitato dai poeti della " Generazione
del '70", come rilevava qualche anno fa Kostas Sterghiòpulos:
Qa mou antiparathrήsei ίswV kaneίV, όti h poihtikή geniά tou 70, ύstera apό mia olόklhrh
eikosaetίa, έcei pάyei nα antiproswpeύei tηn ananέwsh twn
poihtikώn dunάmewn. Nai, allά den έcei pάyei na brίsketai sto kέntro tou
poihtikoύ parόntoV. Giatί to logotecnikό parόn den
stoiceioqeteίtai potέ monάca ap touV
prwtoemfanizόmenouV kai touV nέouV thV
teleutaίaV ώraV[2].
L'osservazione di Sterghiòpulos coglie un punto essenziale.
Al di là delle differenze e delle, talvolta profonde, divergenze tra questi
poeti e i loro colleghi più giovani, ciò che conta è il fatto che, volenti o
nolenti, nessuno può ignorare le strade aperte e le soluzioni adottate dai
poeti del '70, la maggior parte dei quali esordì nel clima plumbeo della
dittatura dei colonnelli, un passaggio critico della recente storia greca che,
fatalmente, ebbe pesanti ripercussioni anche sul piano culturale e letterario.
Ma soprattutto, oggi, a distanza di oltre vent'anni, è
possibile valutare con maggiore precisione critica quanto di effimero e quanto,
invece, di diuturno vi sia stato nelle esperienze maturate in quegli anni. Se,
infatti, la galassia di autori attivi nel decennio Settanta costituisce un
fenomeno culturale che trova, a mio avviso, spiegazione nel desiderio da parte
di molti giovani di ricorrere alla poesia come rifugio o come arma per
contestare una società che essi rifiutavano, in quanto ritenuta acquiescente
con il regime, è pur vero che da quella variegata galassia letteraria sono
uscite figure ancora oggi di primo piano della poesia greca (per es. Stefanos
Bekatoros, Ghiannis Kondòs, Tzenni Mastoraki, Ghiorgos Markòpulos, Dimitris
Kalokiris)[3], autori che,
partiti da un'esperienza comune, hanno saputo tracciare strade proprie,
rinnovandosi sia dal punto di vista linguistico che tematico. Tra questi vi è
senz'altro Andonis Fostieris, la cui attività di critico (dirige, con Th.
Niarchos, la prestigiosa rivista "I lexi") e di poeta è ormai
diventata un punto di riferimento per la poesia neogreca. Un posto conquistato
mediante un lavoro di continua e intensa riflessione sulla poesia e sul ruolo
che essa occupa nella società contemporanea.
Tra Fostieris e la poesia si instaura da subito un rapporto
di costante dialettica, grazie al quale egli rimette ogni volta in discussione
se stesso, i suoi strumenti, ma soprattutto, come vedremo tra poco, la funzione
della parola poetica.
Fin dall' esordio, nel 1971 con Il grande viaggio, Fostieris mostra di seguire una via decentrata
rispetto a quella allora di moda, dal punto di vista sia tematico sia
lessicale. La contestazione sociale e l'ironia, due ingredienti della poesia
dei primi anni Settanta (perlomeno fino alla cesura del regime) lasciano il
posto a una riflessione pacata e malinconica sul destino dell'uomo, sulla
vanità delle sue speranze:
Gluptό
Άgalma skammέno apό thn qlίyh
Se stάsη kόrhV pou cei
skύyei
To kefάli kai boubά qrhneί
Me qolό to blέmma pou sparάzei
- Έtsi moiάzei
ki h turannismέnh maV yucή.
To taxίdi twn wrώn
Eίnai kάpoieV nύcteV mάtaia qliberέV
Kai kάpoieV mέreV
P armenίzoun meV sto crόno sa nwqrέV
galέreV.
Pάnta kάpoioi άnemoi nόtioi dutikoί
TiV kubernάne
Kai cwrίV skopό sto pέlao to platύ
kuloύn kai pάne.
Eίnai pάli kάti ώreV adeianέV
BoubέV kai krύeV
Pou sta kύmata coreύoun san trelέV
trelέV scedίeV:
Kai eίnai kάpoioi kourasmέnoi nauagoί
Pou wV na peqάnoun
Oneireύontai na ftάsoun se mia
gh
- Allά den ftάnoun.
La perifericità dei due testi, rispetto ai codici espressivi
allora correnti, risulta chiara, a cominciare dagli aspetti formali. La
partitura è disegnata secondo le leggi della metrica tradizionale: To taxίdi twn wrώn è costituita da
quattro strofe tetrastiche a rima alternata. Il primo e il terzo verso di ogni
quartina sono un endecasillabo, mentre il secondo e il quarto sono un quinario
(tranne il trisillabo della prima strofe). In Gluptό due endecasillabi racchiudono due novenari, prima del
distico conclusivo. I vv. 1-2 sono a rima baciata, mentre i vv. 3-6 rimano
secondo lo schema ABBA.
La stessa natura prosodica regola anche le altre poesie
della raccolta, a riprova del fatto che si tratta di una scelta ponderata che
lascia trasparire il desiderio dell'autore di darsi una solida disciplina, di
acquisire, cioè, gli strumenti per tracciare, a sua volta, una via personale.
Ma le opzioni metrico-lessicali servono anche a esplicitare le fonti, gli auctores, avrebbe detto Dante, ai quali
Fostieris si richiama.
Il registro stilistico risente dell'influenza del languido
lirismo dei poeti "tou mesopolέmou", non solo
sotto l'aspetto metrico ma particolarmente sotto quello lessicale: si veda, nei
testi sopra citati, la presenza di parole o di sintagmi cari alla poesia degli
anni Venti-Trenta: per es. "qrhneί",
"turannismέnh maV
yucή", "qlίyh",
"nύcteV". Accanto ai quali, a mio avviso, risultano evidenti gli influssi francesi della "poesia
pura" e del simbolismo, espliciti soprattutto nel registro lessicale e
nelle immagini
rarefatte, che sembrano sfuggire alle leggi del tempo:
"taxίdi twn wrώn","P' armenίzoun meV sto
crόno","ώreV adeianέV","sto pέlao to platύ", oneireύontai".
Ma il punto di riferimento forse più chiaro è costituito da Kostas
Karyotakis. Ciò risulta tanto a livello prosodico (anche Karyotakis ricorreva alla rima e a
strofe metriche) quanto di Stimmung. To megάlo taxίdi è pervaso da un senso diffuso di corruzione e di decadenza,
dal desiderio di aprirsi a nuovi orizzonti, di evadere dal mediocre grigiore
della città e dall'ipocrisia della società del consumismo.
Edώ
Sth gh pagideumέnoV
Thn polikή,
FulakismέnoV ap’ ton pάgo
Kai to pnictό skotάdi …
Ki h zwή maV,
Apolίqwma se strώma pagetώna,
N’ armenίzei stouV yucroύV wkeanoύV...
La cifra politica di questi versi è sufficientemente
esplicita e gli obiettivi risultano ulteriormente precisati rispetto a quelli
contro cui ironizzava amaramente Karyotakis. La situazione politica non è
affrontata direttamente, ma la condanna del regime risulta evidente dalla
critica che il poeta rivolge a una società priva di valori, eticamente assopita
dalla vuota retorica della giunta militare.Come ha rilevato Maria Psachu, nella
raccolta si avverte to aίsqhma thV
tragikήV apώleiaV thV patrίdaVtwn eutucismέnwn anqrώpwn [4].
La raccolta successiva, Eswterikoί cώroi ή Ta eίkosi (1973)
denuncia fin dal titolo il carattere introspettivo delle vénti poesie che la
compongono:
Ta lόgia maV ki oi idέeV maV
Den eίnai gia thn akoή twn άllwn Se cώrouV
eswterikoύV ormoύn me pίesh
Ta lόgia maV, oi skέyeiV maV
Ki oi omilίeV ki oi yίquroi ki oi
stίcoi
Ki oi mousikέV p’ akoύmε entόV na hcoύn -
Diakladίzontai wV ta bάqh kai maV trέfoun,
dice il poeta in una poesia dal titolo
quasi programmatico di
"H siwpή maV eίnai ftiagmέnh apό fwnέV".Un desiderio di chiudersi a un mondo non accettato:
Ki όtan bradiάzei
KaqώV se paraqύria
Trabάme tiV kourtίneV biastikά
Ki anάboume sto exwterikό ta fώta,
leggiamo in un'altro testo: "Pίsw ap’ ta mάtia maV".
La raccolta si configura come un percorso diretto alla
ricerca della parte oscura di noi stessi, dalla quale scaturisce la poesia,
perché la poesia è frutto di un moto spontaneo dell'inconscio, una volta
stimolato dai messaggi inviati dalla realtà. La strada delle parole è
"ciclica", "eterna", "invisibile" e
mέsa maV diagrάfetai
Apό to nou wV thn kardiά
Kai antistrόfwV ,
si
realizza, cioè, attraverso un percorso ai cui poli stanno la ragione e il
sentimento, due elementi fondamentali nell'opera di Fostieris - come avremo
modo di vedere tra poco -, fedele, in ciò, all' avvertimento di Dionisos
Solomòs:
Prέpei prώta me dύnamh na sullάbei o nouV ki
έpeita h kardiά qermά na aisqanqeί ό,ti o nouV sunέlabe
( Eswterikoί cώroi )
presenta,
dal punto di vista metrico e lessicale alcuni punti di contatto con To megάlo taxίdi, ma già s'intravvede una linea personale, l'affrancamento dai
modelli; o, meglio, il loro superamento.
Il dato certo è che, a distanza di quasi trent'anni,
possiamo dire che in queste vénti poesie traspaiono già alcune caratteristiche
di fondo della lirica fostieriana: il vigore dell'immagine poetica, la capacità
della stessa di tradurre in concreto un'idea, l'essenzialità della lingua, la
densità filosofica del discorso, la meditazione sul significato della poesia.
Un tema, quest'ultimo, che costituirà un leitmotiv della sua intera produzione, a cominciare
dalle due raccolte successive (entrambe pubblicate nel 1977): Poίhsh meV sthn poίhsh e SkoteinόV έrwtaV, opere con le
quali, come afferma Evripidis Garandudis,
O FwstiέrhV metέbh apό thn
hlikiakή allά kai thn poihtikή efhbeίa sto stάdio thV wrimόthtaV", e, sono sempre parole sue, "έpaye na eίnai
makrinόV, iscnόV epίgonoV twn poihtώn tou mesopolέmou"[5].
Il titolo Poίhsh meV sthn
poίhsh indica già di per sé il carattere metapoetico della silloge:
sedici testi dedicati a una lucida riflessione sulla funzione della poesia e
sui suoi obiettivi. Sedici brevi poesie, ognuna di cinque versi, uno per
ciascuno dei nostri sensi:
Poίhma twn pέnte mou stίcwn
kai twn pέnte mou aisqήsewn,
che, come rileva acutamente Maria Psachu: "maV fέroun se
epafή me thn alήqeia thV zwήV"[6].
Una sorta di preludio a una riflessione che continuerà a sollecitare la poesia fostieriana, come dimostra la presenza, nella coeva raccolta, SkoteinόV έrwtaV, di sette testi metapoetici: "Emprhstiko poihma",
"Metamόrfwsh",
"H parakmή", "Magikή eikόna", "LeximageίeV", "To poίhma", "StouV kritikoύV".
E' noto che la discussione sul ruolo del poeta e sullo
scarso impatto della poesia sulla società contemporanea costituisce uno dei
temi più dibattuti dalla generazione del '70, per ragioni storico-politiche
facilmente intuibili. In questo senso, Fostieris sembra allinearsi a un
dibattito diffuso, ma la sua riflessione va oltre. Ciò che gli interessa non è
interrogarsi sulla funzione del poeta o sulla sua capacità di incidere sulla
società, ma di scrutare i meccanismi che regolano il fare poetico, di riflettere
sulla tensione dialettica tra il significato e il significante, sul rapporto
tra la poesia e l'infinito temporale.
Vediamo di esemplificare attingendo da alcuni versi di Pοίhsh meV sthn poίhsh:
1: AutέV tiV lέxeiV skάsane sa rόdi
Sta skalopάtia twn kairώn pou έrcontai. San Purotέcnhma έkrhxh qrύyala astέrwn
H - pio swstά - san poίhma
Ston ouranό thV monaxiάV twn sunanqrώpwn
10: Edώ ήtane kάpote έna poίhma
Empόdio tou kairoύ, fterό twn pόqwn:
Ereίpio katάnthse
Mia maύrh trύpa ki άskhmh katάnthse
TέsseriV pέnte stίcoi pou kapnίzoun.
11: Oi lέxeiV tou tinάzontai yhlά kai xanapέftoune
Anoίgei drόmo meV sto ciόni thV selίdaV
- ΈkplhktoV blέpw na mou
apokalύptetai.
I tre testi qui citati esprimono chiaramente le antinomie
insite nella poesia fostieriana e, al contempo, il tentativo di trovare,
proprio grazie alla parola, un punto di equilibrio che non significa annullare
le contraddizioni, ma constatarne l'esistenza. Direi che la poesia di Fostieris
è percorsa da una dinamica eraclitea (non a caso egli utilizza il simbolo della
poesia-fiume) e riflette l'eterna dialettica vita-morte, parola-silenzio. Come
la vita è un granello di sabbia in un deserto di nulla, così la poesia è un
suono infinitesimale in un'eternità di silenzio.
La poesia è la dimostrazione che la parola non può cambiare
la realtà, non può fermare lo scorrere del tempo, ma è l'unica strada per non
arrendersi al silenzio. In questo senso, il poeta, come gli eroi dell'antica
tragedia, ingaggia con il vuoto/silenzio una lotta disperata, dalla quale sa di
uscire sconfitto, ma proprio nella decisione di combattere si misura il suo
eroismo.
Ecco, dunque, che la poesia è, al contempo, "Mia maύrh trύpa ki άskhmh", un rudere
ancora fumante, e una"fterό pόqwn"; le parole
recano in sé un dinamismo esplosivo:
"AutέV tiV lέxeiV skάsane sa rόdi", "Oi lέxeiV tou tinάzontai yhlά",
una
carica vitale che può rompere il silenzio che circonda l'esistenza umana, anche
se solo per un istante.
Credo valga la pena soffermarsi su questo dualismo insito
nella parola, perché ciò costituisce non solo un tema centrale della lirica di
Fostieris, ma soprattutto ne determina le scelte linguistico-espressive.
Un testo, al proposito esemplare è quello che apre la sua
raccolta più recente, H skέyh anήkei sto pέnqoV (1996):
Egkataleίpw xanά th siwpή thV yucήV mou
Kai mpainobgaίnw sta ekkwfantikά liqografeίa
Tou tίpota. (Pέtrinoi kύlindroi alέqoun sullabέV
Na mh maV leίyei to epioύsio poίhma). Maύro ywmί
Me maύro aleύri - anarwtήqηke άrage kaneίV
Giatί sto tύpwma bgaίnoun oi lέxeiV, Maύreς .
La poesia offre alcuni interessanti spunti di riflessione.
In primo luogo, notiamo l'opposizione tra "il silenzio dell'anima",
nel quale la poesia si forma, e le "assordanti tipografie del nulla",
cioè il momento in cui il testo prende concretamente vita. E' come se, una
volta venuta alla luce, la parola perdesse ogni potere, e ogni sforzo di
incidere sulla realtà risultasse vano. Così dichiarò, al proposito, Fostieris:
To tίpota twn stίcwn autώn ... eίnai έna tίpota eυrύtero, kaqώV qa 'lega όti apantάei sthn
upoqetikή erώthsh : Ti pεtucέnoun άrage mέsa ston koόsmo ta ciliάdeV poiήmata, ta
ekatommύria oi tupwmέneV lέxeiV;[7].
Ecco, quindi, che le parole "escono vestite a
lutto" (un'immagine simile era stata utilizzata anche in SkoteinόV έrwtaV:
To maύro ein' oi lέxeiV
Pou pέsane h mia pάnw sthn άllh)
come a
denunciare il dolore per la loro incapacità di cambiare la vita, di restituire
la verità perduta. Significativa, al riguardo, è la scelta di collocare questa
ammissione d'impotenza in apertura della raccolta, come a voler fugare ogni
dubbio sul tipo di messaggio trasmesso e sottolineare che la poesia aiuta a
prendere coscienza di una realtà forse amara, ma ineludibile, come sottolineato
dallo stesso autore:
ΌpwV kάpoia arcaίa έph άrcizan me thn
epίklhsh thV moύsaV gia έmpneush kai boήqeia, kάpwV έtsi arcίzei to biblίo me thn suneίdhsh thV
mataiότhtάV tou[8].
Ma una tale constatazione non approda al nichilismo. Al contrario, essa aiuta Fostieris a porsi di fronte alla
poesia con maggior consapevolezza e a cercare di definirne il ruolo. Scrivere
rimane un momento fondamentale:
Pάre cartί piάse molύbi ki άrcise
Ton prώto stίco, an den
ston dώsoun oi qeoί, daneίsou ton:
questo è ciò che deve fare "chi vuole essere un
poeta", come risulta dal titolo di una poesia di To qa kai to na tou qanάtou, citazione letterale di un passo del Fedone di Platone
(IV, 61 b).
La parola può anche essere un inganno, il riverbero della
"solitudine cosmica", ma, nondimeno, essa è un modo, forse l'unico
che abbiamo, per affermare il diritto a esistere, il diritto di incidere
l'inarrestabile fluire dell'eternità e del silenzio, di "plasmare dal
nulla varie forme di bellezza". Come la vita è un punto nell'infinito
tempo che precede la nostra nascita e segue la nostra morte, così la poesia è
un istante rubato all'eternità del silenzio, un suono che si sperde
nell'universo, ma che può dare significato a una vita intera, testimoniare
un'esistenza destinata a ritornare nel nulla:
Skotάdi ektuflwtikό mou fwV
eίsai to sύmpan prin ap' th gέnnhsh kai metά qάnaton"
("SkoteinόV έrwtaV").
Non a caso, nell'opera fostieriana ricorrono sovente
immagini che richiamano il vuoto, l'equilibrismo, il nero, la voragine cosmica
che inghiotte tutto ciò che esiste: il poeta, come un acrobata, cammina sul
filo delle parole, in precario equilibrio, col rischio, ogni volta, di cadere
nel vuoto, di scomparire senza lasciare traccia del suo passaggio. Ecco alcuni
esempi attinti da opere successive:
Poίhsh meV sthn poίhsh
4: Pάnw sto stίco pou qa grάyw akrobatώ
Pάnw sto stίco pou 'cw grάyei isorropώ
ena kladί gerό eίnai to poίhma
Pou dέnw pόte pόte ekeί thn koύnιa mou
Na aiwroύmai pάnw apό to maύro.
SkoteinόV έrwtaV
Όla ekeί aiwroύntai sto sterέwma
Kόsmoi epάllhloi anoίgoune ta pέtalά touV trέmontaV.
H skέyh anήkei sto pέnqoV
Sto cliarό kenό tou na mh skέptomai kaqόmouna
ParathrώntaV mian arάcnh pou aiwreίto[9].
Siamo in presenza di una simbologia trasparente. Il vuoto è
l'inesistenza, una sorta di grembo che genera e annulla, che dà la vita e la
morte, è il punto in cui si annullano gli opposti che regolano l'universo. E la
poesia è il mezzo con il quale il poeta prende (e fa prendere) coscienza delle
insidie che incombono sull'uomo, sul quale pende quotidianamente la minaccia di
precipitare nel vuoto, di restare preda della ragnatela di cui si parla nella
poesia, prima citata,
"H arάcnh":
"Ekeίnh [h arάcnh, dhl.] kάti qa skeftόtan fantάzomai
Giatί όlo anέbaine to
sicamέno istό thV
Έmene akίnhth suspώntaV tiV keraίeV ki έpeita
Akάqekth ormoύse sto kenό.
Mύga h zwύfio den pέrase, όso eίda.
ΌmwV h qήra procwroύse dίcwV qήrama
Me thn sofίa ekeίnou pou gnwrίzei pwV to anύparkto
Qέlei drastήria tέcnh na to adrάxeiV".
Per accorgersi del vuoto occorre saggezza e, soprattutto, una "drastήria tέcnh" che si identifica con la poesia. La quale, per Fostieris, ha il compito di svelare una realtà
oggettiva e un inganno. A proposito del primo compito, così scrive Kostas
Gheorgosòpulos:
H poίhsh tou Fwstiέrh eίnai γrafή αsέbeiaV, diόti bgάzontaV
sto qnhtό fwV tiV aqάnateV kai
aprόsiteV alήqeieV thV krufήV poίhshV mάV bebaίwse pwV o kόsmoV eίnai pέnqoV, dhladή aparhgόrhto PάqoV cwrίV kanέna mάqhma [...]. Me eirwneίa, me sugkatάbash, me
katanόhsh twn tetelesmέnwn, me έna meilίcio camόgelo ta
ekstomeί kai anamέnei thn έkplhxή maV[10].
Quanto al secondo compito, è indispensabile rifarsi, in
primo luogo, al titolo di una raccolta: To qa kai to na tou qanάtou , e all'eponima poesia:
Έtsi loipόn cwrέsane sta mάtia sou tόseV koinέV asήmanteV eikόneV
PoioV qa ’χει χρόνο κάποτε να βυθιστεί στη λίμνη anάmnhshV
H aiwniόthta kratάei tόso lίgo
ΌmwV, de gίnetai, qa upάrcei kάpou mia mikrή dikaiosύnh na exhgeί
Me poieV proqέseiV feύgei έnaV άnqrwpoV
Me pόsa qa kai pόsa na pou
yiqurίzei o qάnatoV.....
Il titolo, fondato su
un intraducibile gioco di parole, nasce dalla scomposizione della parola
"qanatou". Come noto, la particella qa serve a creare il futuro,
mentre na, tra le molte altre funzioni grammaticali, viene utilizzata per
esprimere l'imperativo o il congiuntivo esortativo. In italiano, per esempio,
l'ho tradotto Il futuro e l'imperativo
della morte, mentre Michel Volkovitch traduce, in francese, Mort a venir.
Ma, al
di là del sapido gioco verbale, il titolo contiene il significato ultimo della
raccolta: aiutare l'uomo a captare le promesse e le lusinghe che la morte ci
invia ogni giorno, senza che noi ce ne accorgiamo, perché intenti a vivere come
se fossimo immortali:
Ti άplhstoi
Staqήkame st’ alήqeia ti άswtoi
MeV sthn filargurίa maV. PoioV qa pistέyei άrage
PwV spatalήsame th lίgh aiwniόthta pou maV
analogeί
camέnoi se mian έrhmo apό lέxeiV. SpέrnontaV
Kai perimέnontaV to nέo froύto na futrώsei ap’ to koukoύtsi, afήnontaV
To ginωmέno froύto na sapίsei.
St alήqeia ti άpragoi
Ti anepίdektoi aqanasίaV oi qnhtoί.
Immerso in futili occupazioni quotidiane
"To teleiόtero plάsma thV
dhmiourgίaV dapanάei thn ύparxh
Strimwgmέno se ourέV apό tέleia plάsmata
Pou ki autά perimέnoune kάti".
E attendere significa
"Proskunώ th sunέceia tou crόnou
Proexoflώ th zwή mou gia tria
leptά....
Perimέnw shmaίnei penqώ th zwή pou anέbala".
Insomma, "refrattari all'immortalità", sprechiamo
il poco tempo che ci è stato dato in sorte, come se non dovesse finire mai (si
avverte un'eco senecana nell'idea del tempo che fugge senza essere interamente
vissuto), incuranti del fatto che esso procede secondo un ritmo lento, ma
inesorabile:
"o kairόV de biάzetai, όla sumbaίnoun tόso argά", si
dice nella lirica
"H aqanasίa thV kάqe mέraV";
una lentezza alla quale fa da stridente contrasto l'intuile frenesia della vita quotidiana, una corsa verso il nulla, come affermato in questi versi di
"Nostalgώ to parόn"[11]:
"PwV na tolmήseiV prosperάsmata me kόrneV
Όtan mprostά sou mpotiliάrontai ta erέbh".
L'uomo è prigioniero dell'inane tentativo di vivere un presente che si trasforma in futuro, prima ancora di essere vissuto e che scivola fatalmente nel nulla eterno
"Mporώ na penqώ apo tώra to qάnato
tou gέrou agέnnhtou giou
mou
S' έna mέllon pou qanai gia mέna potέ..."
("Cronikή antikatάstash").
Il compito della poesia è, dunque, mettere a nudo l'infido meccanismo che regola l'universo("la poesia è l'altra faccia dell ecose", si dice in un testo di To qa kai to na tou qanάtou.
Si
tratta di un dovere dal quale il poeta non si può esimere, anche se, talvolta,
questa scelta possa risultare poco popolare. Ma, del resto, la poesia non
chiede l'approvazione delle folle, non deve sottostare alle leggi dei grandi
numeri; deve dire la verità: un messaggio che emerge chiaramente, tra l'altro,
dalla poesia
"Enώpion akroathrίou"[12]:
"... ΌmwV ta poiήmata
Den epaitoύn ton έpaino
Oύte th stάla to melάni apό thn kάlamo
Tou kάqe kritikoύ. Diyoύn mia qύella bruchqmώn
Mia laoqάlassa
Na trέmei sύgkormη ap' th rώmh twn rhmάtwn
H na sfurίzei estw
Mia geloίa parήchsh (san thn
pio pάnw) : AfrίzontaV
Apό έkstash ki apό qumό"
e subito
dopo
"... Όloi foboύntai
Όloi poqoύne acόrtaga
To efήmero. EpeufhmίeV kai gioύca".
Questa concezione della poesia ha interessanti ripercussioni
sull'aspetto tecnico-formale dei testi, orientandone le strutture sintattiche e
il registro tonale-lessicale. Fostieris è costantemente alla ricerca di una
parola che persuada, che metta il lettore di fronte a una realtà ineludibile.
Una parola densa, concreta atta più a descrivere che a evocare, a tracciare le
linee robuste di un discorso organico, stringente, che incalzi con la forza
della ragione: "η στοχαστική συμπύκνωση- dice Titos Patrikios[13] – διαπερνά όλα του τα ποιήματα". E Maria Psachu[14] sottolinea, con la
consueta acribia, che la ricerca linguistica di Fostieris è tesa a mettere in
moto tutti i meccanismi semantici, a mettere in risalto ogni aspetto del
discorso, per estrarne tutto il potere comunicativo:
"H poίhsh tou A. Fwstiέrh... yάcnei sthn aqέath pleurά thV glώssaV kai zhtά na milή sei alhqιnά kai gnήsia, aproschmάtista kai
anepitήdeuta, cwrίV prokatakeuasmέna scήmata omilίa ".
Mediante le scelte lessicali, Fostieris si propone di
illuminare le nervature concettuali che percorrono i testi. Questo spiega una
particolarità strutturale. Le varie poesie che formano la raccolta sono
organicamente legate tra loro, in modo da richiamarsi a distanza, mediante la
ripetizione di versi analoghi o per lo stesso titolo, o per altri espedienti
stilistici che rinviano al testo precedente. Per esempio, in SkoteinόV έrwtaV, forse la raccolta in cui questa tecnica è maggiormente
utilizzata, tre poesie ("H
apogeίwsh",
"Skoteinή istorίa", "H fusarmόnika") cominciano
con il verso Eίsai sto bάqoV kai s'akoύw na tragoudάV".In H skέyh anήkei sto pέnqoV, la poesia "Omoίwma kelahdismoύ" comincia con
i seguenti versi:
"Mέsa sto xύlo ena stufό poulί / Kelahdάei": due poesie
dopo,
"Apolίqwma ήcou" comincia con un distico che si richiama esplicitamente al
precedente:
Dύo poiήmata pέrasan kai
Aqέato
Mέsa sto xύlo akoύgetai akόmh
To kotsύfi.
Nella stessa raccolta, possiamo anche segnalare la ripresa,
sia nel titolo, sia nell'incipit, del
sintagma
"nostalgώ to parόn":
"Nostalgώ to parόn pou qa
zήsw"
("Nostalgώ to parόn"),
"Ki όpwV qumήqhka
Th nostalgίa ekeίnou tou
parόntoV
Th nostalgίa ekeίnh
Th nostάlghsa",
("Nostalgώ ekeίno to parόn")
cui fa seguito, subito dopo,
Th nostalgίa ekeίnh
th nostάlghsa"
("Skέyh aisqήmatoV").
Lo stesso accade anche in alcuni testi non ancora inseriti
in una raccolta organica, pubblicati sulla rivista "Embόlimon", numero monografico. In questo caso ad annodare i sei testi
tra loro sono la parola "skέyh" e i versi: "TreίV ώreV tώra
prospaqώ na koimhqώ".
Lo
scopo è evidente. Attraverso la trama di richiami intertestuali, Fostieris
intende porre l'accento sui gangli concettuali della raccolta. Non a caso, come
abbiamo visto dagli esempi cursori ora addotti, l'accento batte su nuclei
fondamentali del suo universo filosofico, quali lo scorrere del tempo, la
funzione del poeta, la riflessione. Tutto è strutturato intorno a un'idea-forza
che s'innerva lungo l'intera opera, in modo che il lettore non la perda mai di
vista.
Ma la scelta lessicale ha anche lo scopo di sottolineare
l'ininterrotta diacronia della lingua greca, attraverso la citazione o la
parafrasi di autori filosoficamente vicini alle posizioni del poeta. Anche in
questo caso può essere utile ricorrere all'esemplificazione.
In H skέyh anήkei sto pέnqoV troviamo
parafrasi e citazioni dei filosofi Presocratici: es:
"... Ta upόloipa Ta xέrete apό άlleV dihgήseiV. PwV pίsw den gurnάei
PwV diV embήnai tw autώ ouk έstin kai ta όmoia" ("Potάmi poίhma");
"Gίgnesqai parόV ouk eon"("Metapoίhsh");
"Ei diήrhtai to eon,
kineίtai, μaV lέei o MέlissoV"("SάkoV Aporhmάtwn"); "...
qa etreca AkίnhtoV san
AcillέaV (idέa tou Zήnwna)
Pio pίsw ap’ thn celώna zwή mou" ("Nostalgώ to parόn").
La presenza dei Presocratici (a quanto sopra citato si
devono aggiungere vari luoghi che si richiamano più o meno esplicitamente alla
teoria eraclitea degli opposti) racchiude un significato importante: anch'essi,
infatti, fecero del rapporto tra essere e non essere, dell'opposizione tra
l'uno e il molteplice i pilastri della loro riflessione, una riflessione che,
come abbiamo visto, rappresenta un
leitmotiv anche nella poesia
fostieriana. Ma è soprattutto nell'organizzazione del discorso che Fostieris si
richiama maggiormente all'esperienza presocratica, dalla quale gli deriva la
predilezione per la frase aforematica, per l'affermazione epidittica, per la
capacità di affrontare le questioni con rigore scientifico ma, al tempo stesso, servendosi di un
discorso per nulla prosaico, ma ricco di suggestioni e di immagini.
Anzi, l'immagine è uno degli elementi linguistici centrali
della poetica di Fostieris, perché è grazie ad essa che il messaggio prende
forma concreta e si impone in tutta la sua forza deittica. Il cuore
dell'iconografia fostieriana è costituito dalla metafora che, non di rado, si
trasforma in un'allegoria che, innervandosi lungo tutto il testo, trasmette un
messaggio che spetta al lettore decodificare. La metafora/allegoria, rinviando
a una realtà più profonda, ha, cioè, la forza di squarciare il velo che separa
la verità oggettiva da quella epifenomenica, di raggiungere gli strati che la
parola nasconde dietro la cortina fonetica, imprigionando il significato vero
della realtà. Un esempio di ciò è fornito dalla già citata
Omoίwma kelahdismoύ":
Kelahdάei.
Omoίwma poulioύ kai omoίwma
Kelahdismoύ. Mάllon kotsύfi pou ctupάei epίmona
To rάmfoV.".
La metafora rappresenta la lotta ingaggiata dall'uomo/poeta
contro il proprio destino. Il cinguettio che si ode è una "parvenza",
così come "falso" è l'uccello racchiuso nel legno che cinguetta
(siamo, cioè nel mondo della "doxa", secondo Platone), ma, nonostante
tutto, è necessario trovare la forza di "cinguettare", di rompere
l'assedio del silenzio/morte, di rivendicare, almeno per un istante, il proprio
diritto a esistere, a opporsi al vuoto. Come ha giustamente rilevato Ionna
Zervu
eίnai o ίdioV
poihtήV kleismέnoV s’ έna xύlo. Mazί tou ki
emeίV. San apό qaύma biώnoume to kommάti thV ύparxhV
pou maV έcei doqeί na biώsoume. Έstw wV omoίwma ύparxhV. Allά to tragikό megaleίo tou anqrώpou έgkeitai akribώV s’ autή th dύnamh na
kelahdάei.[15]
In "Metapoίhsh" troviamo un altro esempio significativo di allegoria:
"... Ti έntash
Sta ergastήria twn metapoihtώn.
(O Rίlke den shkώnei plέon metaskeuή. Gia pέtama.
ΌmwV tou Pάount, lέei, steneύoυne ta pέta
Kai sto mploutzίn tou Gkίnsmpergk taίriaze sakάki touήnt
Antί gia tzάket). Ti άrage
Na eίnai autό pou den upήrce prin kai
tώra upάrcei;
Mhn apantάte prόceira. Afoύ apάnthse prin crόnia o
EmpedoklήV, mhn apantάte...".
In questo caso, la metafora contiene un intento parodico. L'ironia è rivolta a chi, con goffe operazioni di
rinnovamento poetico, pretende di trovare nuove risposte a una realtà di per sé
fin troppo chiara, non accorgendosi che esse sono già state trovate da tempo.
Lo sforzo di adeguare alle mode più effimere l'interpretazione del mondo (e
della poesia), come se ciascuno fosse portatore di una rivelazione in grado di
cambiare radicalmente il significato ultimo dell'esistenza, si risolve in
maldestri rifacimenti che denunciano tutta la loro inutilità. Come risulta
chiaro dal seguito della poesia in esame:
... Gίgnesqai parόV ouk eόn
PwV qa ‘tan dunatόn; Ki an qέlete alliώV:
T’ eόn exapolέsqai anήnuston - pou
akoύsthke
Na pέqane potέ to peqamέno; AmέrimnoV
Gurίzei entoύtoiV o trocόV twn epocώn
Kai anqίzoune
Ta stόmata twn nέwn. Pou cύnoune
Abέrta to paliό krasί
Se askiά kainoύrgia. EpimelώV mplazέ
Mpalamoutiάzontai mέsa sto drόmo, elpίzontaV
Na skandalίsoun lίgo touV astoύV.
Lo scorrere del tempo e l'incapacità dell'uomo di percepirla
è allegorizzata in "H
Aqanasίa thV kάqe mέraV":
ΌmwV έcoume tόsh biasύnh, ki aV
sumbaίnoune όla tόso argά
Ena murmήgki koubalάei touV spόrouV tou ceimώna pou qa
rqei
Giatί pάnta promhneύetai kάpoiοV ceimώnaV, giatί pάnta qarrώ
eίnai ceimώnaV
Giatί kάqe gnwstή epocή έcei ki autή ton άgnwsto ceimώna thV
M’ έna ciόni na pέftei leptό, kai kάtw ap’ ton anelέhto ήlio
Me pάgouV άliwtouV, san
touV nekroύV pou amάrthsan
kai mέnei anέpafo sto lάko to kormί touV
Kάqe prwί petάei ta cώmata tou ύpnou ki
anastaίnetai
Ctenίzetai prosectikά mproV sth
fwtografίa tou ctesinoύ eklipόntoV
M’ έna camόgelo enocήV
Ancora una volta, con l'ironia sottile ma amara che gli è
consueta, Fostieris sottolinea, da un lato, l'insanabile opposizione tra
l'umana concezione del tempo e il suo immutabile procedere, qui metaforizzato
dallo scorrere sempre uguale delle stagioni, e dall'altro l'attesa di qualcosa
che, alla fine, non arriva: "Kai
o ceimwnaV na mhn prokeitai na erqei".
Un
viaggio completo all'interno dell'universo metaforico fostieriano ci
rivelerebbe significati a prima vista criptici e ci fornirebbe la chiave per
cogliere correttamente il nucleo fondante del messaggio poetico.
E'
evidente che un esame di questo tipo richiederebbe una trattazione a sé, ma può
essere utile enucleare seppur brevemente alcuni simboli, per fornire materiale
di riflessione a chi volesse autonomamente approfondire il tema. Ecco, dunque, la metafora della casa (cara,
tra gli altri, a Seferis), organismi viventi come coloro che le abitano e,
pertanto, anch'esse soggette a nascita, vita, morte[16]. Quello della
poesia-fiume, un fiume che, tuttavia, ha la capacità di ritornare alla sorgente
(cfr.
"Potάmi Poίhma"[17]), cioè di farci ritornare a una memoria ancestrale,
ripercorrendo a ritroso gli avvenimenti della nostra vita. O quello
dell'orologio "kenotάfeio stigmώn", ordigno che misura il tempo che ci separa dal nulla: cfr. "De brίskw crόno na klάyw"[18].
In concreto, l'uso
della metafora/allegoria rende possibile l'incarnazione di un'idea, rende
tangibile un concetto che, altrimenti, rischierebbe di restare indeterminato
(e, quindi, meno suasivo). Il testo è costruito intorno a a un concetto chiaro e rigoroso, anche se
espresso per via iconica. E' questo, forse, il miglior esempio di unità del
"logos" che Fostieris pone come condizione indispensabile per
restituire alla parola i succhi vitali che il tempo le ha sottratto. Il poeta
che vuole essere poeta deve cercare di ricomporre la scissione tra poesia e
prosa, tra suggerire e descrivere. Non a caso, nell'antica Grecia non esisteva
un linguaggio per la poesia e uno per la scienza: anche la scienza poteva
essere esposta in versi, se ciò a giudizio dell'autore, rendeva il discorso più
chiaro e persuasivo.
Questo spiega alcune caratteristiche della compagine
lessicale fostieriana:
1): la presenza di elementi che dànno al discorso i contorni
netti di una dimostrazione, es.: "Allά skefteίte to..."
"anarwτήqhke άrage kaneίV...", "AV epanέlqoume".
2): l'andamento sovente dilemmatico dei testi,
caratterizzati da domande, spesso retoriche, che intendono socraticamente
disinnescare le eventuali obiezioni del lettore, incanalandolo nella direzione
voluta dall'autore.
3): la compresenza di elementi lessicali che sfruttano lo
spettro linguistico dal punto di vista sia sincronico sia diacronico, dando
vita, così, a un linguaggio che accoglie promiscuamente katharèvusa, dimotikì,
neologismi e arcaismi.
Esemplare,
in questo senso, è la altrove citata "Metapoίhsh". Nel giro di pochi versi troviamo accostati due
citazioni di Empedocle:
"Gίgnesqai parόV ouk eόn" e "T eόn exapoleίsqai anήnuston",
i katharevusiani "eoίkasin" e "toigaroύn", parole straniere come "mplazέ" e "gouώkman", termini tratti dal gergo giovanile o dal linguaggio escrologico: "Mpalamoutiάzontai",
"bre",
"arcίdia", "malakίζesqe".
Un autentico campionario lessicale che attraversa
trasversalmente gli strati successivi della lingua greca, dando così ancora
maggior forza all'ironia che permea il testo analizzato.
Il messaggio è, dunque, chiaro. Posto di fronte a una realtà
tragica, l'uomo ha una sola arma per opporsi: sviluppare la consapevolezza che
ogni azione umana si giustifica in se e per sé, che l'unico modo per vivere
pienamente è vivere nella consapevolezza della propria mortalità. E la poesia?
Per essere realmente utile deve scavare nelle viscere del silenzio, alla
ricerca di quel breve suono che, tuttavia, riscatta una vita intera.
[1] La definizione, che ha suscitato numerose reazioni, è stata coniata da
Ilias Kefalas: cfr. l'articolo "H geniά tou
idiwtikoύ orάmatoV", pubblicato
su NέeV
TomέV, 5, aprile-giugno 1986, pp. 5-17.
[2] In "H lέxh", 99-100,
novembre-dicembre 1990, p. 706-709 (cit. da pag. 708).
[3] Un quadro più completo si trova nell'antologia di A. Panaghiotu, H
Geniά tou '70, Atene 1979.
[4] In Embόlimon, 41-42, 2000, pp. 73-89 (cit. a pag. 75).
[5] In "Embόlimon", 41-42,
cit., pp. 45-53 (cit. a pag. 47).
[6] In "Embόlimon", 41-42,
cit., p. 77.
[7] Dall'intervista a ‛ElίtrocoV, 12, 1997, p. 140-178 (cit. a pag. 140).
[8] Da ‛ElίtrocoV, cit., p. 140.
[9] "H arάcnh", p. 39.
[10] In "Embόlimon", cit., p.
17.
[11] H skέyh
anήkei sto pέnqoV, p. 22.
[12] H skέyh anήkei sto pέnqoV, p. 16.
[13] In "Embόlimon", cit., pp.
11-15 (cit; a pag. 12).
[14] In "Embόlimon", cit. p. 83.
[15] In Alfεiός, 12-12, 1997, pp. 29-34
(cit., pag. 32).
[16] Il significato di questo simbolo è trattato da Th. Venetis, in Embόlimon, cit., pp. 67-71.
[17] In H skέyh
anήkei sto pέnqoV , p. 15.
[18] In H skέyh
anήkei sto pέnqoV , p. 54.









